I beni comuni, questi sconosciuti

Sulla definizione di beni comuni

C’erano una volta i beni comuni: l’aria, l’acqua, il bosco, il fiume, la spiaggia, i pascoli, e persino i
campi, che venivano dissodati e arati congiuntamente dalle comunità di villaggio. Nell’era moderna, il processo della loro appropriazione – e della esclusione di chi ne traeva il proprio sostentamento – è cominciato molto presto con le recinzioni (enclosure) dei pascoli in Inghilterra, che Marx pone a
fondamento del meccanismo di accumulazione primitiva del capitale. Ed è proseguito nel tempo: molte
delle rivoluzioni borghesi in Europa hanno messo capo a un processo analogo, per non parlare della
conquista del West in Nordamerica, a spese delle popolazioni indigene, o del colonialismo, che ha
globalizzato questa pratica.
da "I beni comuni non sono il bene comune" di Guido Viale (articolo da inchiestaonline.it)

Approccio italiano ed anglosassone alla questione dei beni comuni

Nel tentativo di trovare un punto di partenza per la trattazione dell’argomento dei beni comuni si possono individuare due approcci distinti: uno italiano, teso a darne una specifica definizione all’interno di una cornice teorico giuridica; l’altro anglosassone, che prendendo spunto dall’esperienza dei movimenti e dalla loro opposizione alla politica neo liberista costruita a scapito del benessere umano a livello locale e quindi volta alla privatizzazione dei beni comuni, percorre le rotte della resistenza alla globalizzazione.
Qui di seguito sono brevemente raccolti alcuni stralci di entrambe le posizioni che potrebbero essere utili ad una maggiore comprensione.

L’approccio italiano

Il primo ostacolo che ci viene frapposto appena si cerca di approfondire l’argomento beni comuni è quello della loro definizione.
L’argomento non solo è vasto e difficilmente circoscrivibile – anche solo per la varietà dei beni che potrebbero ricadere all’interno di una possibile definizione – ma viene affrontato, proprio per la sua complessità, da una pluralità di punti di vista. Se facessimo coincidere i diversi punti di vista con le principali discipline che se ne fanno carico (filosofia, diritto, economia), non solo non usciremmo dal labirinto del vago, ma moltiplicheremmo, come in un gioco di specchi, la relatività di una possibile definizione rinvenibile all’interno di ciascuna disciplina.
In ogni caso, dovendo fare uno sforzo di sintesi e adottare un punto di vista, sembra che l’approccio (giuridico) adottato da Stefano Rodotà abbia quantomeno il pregio della chiarezza. Rodotà 1, nell’affrontare la questione, parte opportunamente dal concetto di proprietà sostenendo che parlare di beni comuni significa riflettere sulla proprietà di un bene non a partire dal soggetto che ne è titolare, ma concentrandosi sulla funzione che tale bene può svolgere all’interno di una comunità; da ciò è già possibile far discendere una prima definizione:

I beni comuni sono quei beni funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità e devono essere tutelati e conservati in favore delle generazioni future.

Se è la funzione che il bene svolge ad essere preminente, non è più tanto rilevante l’appartenenza (proprietà pubblica o privata), quanto la sua gestione che deve coinvolgere i soggetti interessati e garantire l’accesso aperto a tutti per l’esercizio di diritti fondamentali. Potremmo dire che la questione si sposta dall’aspetto giuridico a quello economico e/o sociale non appena si affrontano le problematiche attinenti alla loro gestione. La difesa dei beni comuni contempla, come sostiene Guido Viale, una lotta contro tutti i tentativi di una loro privatizzazione o di un loro passaggio alla sfera pubblica, sia essa statale o di altri enti istituzionali. A questo proposito Viale sostiene che la soluzione non può essere ridotta a un trasferimento del bene sotto il controllo dello Stato. La proprietà “pubblica” di un bene comune, soprattutto se intesa come proprietà dello Stato o di una sua articolazione territoriale, non offre di per sé alcuna garanzia di partecipazione, di condivisione, di comunanza, tra coloro che dovrebbero esserne i beneficiari.
“Comune” non è la stessa cosa di “pubblico” soprattutto se tale termine viene declinato nella sua accezione di “statuale” cioè di proprietà statale, o comunque “di proprietà di…” e che inevitabilmente si verifica quando si è portati a ritenere che il rapporto fra un bene e gli esseri umani non possa avere altra forma che quella del diritto di proprietà.  Allora che cosa potrebbe sostituire questo diritto?
Viale propone una definizione che si basa sulla fruizione e la “non esclusione”; quindi,

il bene comune è una risorsa dalla cui fruizione non può essere escluso nessuno, pena la privazione per la persona esclusa, di una componente essenziale dei suoi diritti di uomo e cittadino.

Fruizione e “non esclusione” sono categorie che mettono in secondo piano il concetto di proprietà e riabilitano quello di gestione condivisa, tema che per prima aveva evidenziato Elinor Ostrom sostenendo che tale pratica è antica e ben nota a molte comunità etniche ed espressa con varie modalità a seconda del periodo e del contesto sociale. Basti pensare solo all’espressione veneta di impreste, che come rivela il termine stesso, ha la ragion d’essere nella sua circolazione e condivisione all’interno di una comunità contadina; o quello più attuale di car sharing che prescinde dalla proprietà ed individua una possibile fruizione di un bene che per essere efficiente ha necessità di essere condiviso 2 .

L’approccio anglosassone

La Ostrom ha dimostrato che una gestione dei beni comuni da parte delle relative comunità risulta essere più efficiente di quella pubblica (affetta da sprechi) o privata (a rischio d’essere elitaria) nonché maggiormente sostenibile nel tempo; la comunità di gestione, grazie ai rapporti di fiducia, collaborazione e rapida comunicazione, può assicurare un uso dei “propri” beni comuni capace di resistere anche al consumo predatorio evitando, di conseguenza, la privatizzazione o la statalizzazione. Il premio Nobel a lei assegnato riconosce l’importanza di aver ipotizzato l’esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom è una teoria che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine.
Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Ma molto significativa anche per la recente crisi finanziaria, che si può leggere come il saccheggio di una proprietà comune: la fiducia degli investitori 3.
Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.
Il ragionamento di Hardin partiva dall’esempio delle enclosures inglesi 4, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l’interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento.
Quando non vi sono le condizioni per un’appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprietà pubblica. Solo i beni così abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprietà privato o pubblico.
Il merito di Elinor Ostrom è stato quello di ipotizzare l’esistenza di una “terza via” tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini.
Distingueva appunto le “common pool resources” (res communis omnium) dai “free goods” (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.
Su queste fondamenta poggia l’edificio concettuale della Ostrom, la cui opera più importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondità e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia.
La teoria espressa dalla Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non è che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.
Ma è importantissima anche in quei casi – si pensi alla falda acquifera sotterranea e più in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse – in cui un principio di proprietà pubblica è in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l’enormità dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall’altro con la difficoltà politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.
Un percorso ancora diverso e che potremmo definire trans-nazionale, è quello intrapreso da Naomi Klein che pone l’istanza dei beni comuni a partire dai movimenti che a cavallo del nuovo millennio hanno tentato di arginare l’onda neo-liberista. Lottare per la difesa dei diritti in una condizione globalizzata non può che portare al travalicamento dei confini; pertanto anche la stessa lotta deve assumere strategie simili a quelle adottate dal nemico che si deve combattere.
Riporto qui di seguito un estratto dal paragrafo Beyond the borders 5 :

Around the world, activists are piggy-backing on the ready-made infrastructures supplied by global corporations. This can mean cross-border unionization, but also cross-sector organizing—among workers, environmentalists, consumers, even prisoners, who may all have different relationships to one multinational. So you can build a single campaign or coalition around a single brand like General Electric. Thanks to Monsanto, farmers in India are working with environmentalists and consumers around the world to develop direct-action strategies that cut off genetically modified foods in the fields and in the supermarkets. Thanks to Shell Oil and Chevron, human rights activists in Nigeria, democrats in Europe, environmentalists in North America have united in a fight against the unsustainability of the oil industry. Thanks to the catering giant Sodexho-Marriott’s decision to invest in Corrections Corporation of America, university students are able to protest against the exploding US for-profit prison industry simply by boycotting the food in their campus cafeteria.

Sempre nello stesso saggio la Klein fa un’elencazione “a braccio” delle istanze di cui ci si deve dar carico ed in questo atteggiamento si può avvertire che l’urgenza non è tanto quella di definire, quanto quella di lottare:

Oggi migliaia di gruppi stanno lottando contro forze il cui filo comune è ciò che può essere ampiamente descritto la privatizzazione in ogni aspetto della vita e la trasformazione di ogni attività o valore in merce. Noi spesso ci troviamo a dover parlare di privatizzazione dell’istruzione, della salute, delle risorse naturali, ma ciò che sta avvenendo assume dimensioni ancor più vaste: include la modalità in cui idee forti vengono svilite attraverso slogan pubblicitari sulla pubblica via o nei centri commerciali; nuove generazioni che fin dalla loro nascita risultano potenziali obiettivi di mercato; scuole invase da annunci pubblicitari, beni essenziali come l’acqua svenduti come una qualunque merce; nel lavoro diritti acquisiti, rinegoziati; i geni possono essere oggetto di brevetto mentre ri-emergono progetti aberranti come la programmazione eugenetica, le sementi sono geneticamente alterate e vendute sul mercato e la classe politica viene essa stessa comprata e alterata.

Dovendo chiudere con una riflessione si potrebbe dire che la definizione è sicuramente un’importante premessa; altrettanto fondamentale è la necessità di andare oltre, facendo conoscere non solo le tematiche di cui i beni comuni sono oggetto, ma che quest’ultimi hanno necessità di un’allerta continua per essere tutelati, che nulla può essere dato per scontato e che lo stesso sistema di democrazia rappresentativa in questo contesto denuncia ampiamente i propri limiti.

Che sia il caso di pensare ad una democrazia partecipativa?


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  1. Commissione sui beni pubblici istituita presso il Ministero della Giustizia in data 21 giugno 2007 con l’obiettivo di modificare la disciplina del codice civile riguardante i beni pubblici. Per approfondire: Aa.Vv., Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino, 2007.
  2. Guido Viale. Vita e morte dell’automobile. Bollati Boringhieri. 2007
  3. a questo proposito si veda “La fiducia come bene comune” a p. 21 da L’Italia dei beni comuni a cura di  Gregorio Arena e Christian Iaione – Carocci Ed. 2012
  4. ma i confini non sono forse regole?
  5.  da “Reclaming the Commons” – THE NEW LEFT REVIEW . May June 2001

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