Carni violate in tempo di carnevalate: la violenza sulle donne nelle arti figurative

Il Ratto di Proserpina
Il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini

A carnevale molti uomini e donne fan festa e intanto troppi uomini, a troppe donne, fan la festa; la violenza trasforma il divertimento in diversivo; se la piazza sociale è in festa, la piaga sociale infesta, tra tutte le altre in testa e la carnevalata fa ombra alla carne violata. Avete già letto queste poche righe? Allora non potrete negare che basti davvero poco – qualche stupido giochetto di parole – a dirottare l’attenzione da un contenuto tragico ad una forma ludica, ma non per questo innocente. L’arte figurativa alta e colta (da sempre impregnata di maschilismo) sembra fare qualcosa di simile da secoli e secoli, affrontando l’argomento della violenza sulle donne con una sofisticata reticenza nascosta dietro il filtro dell’allegoria, del mito, persino della fede religiosa e di molto altro ancora. Se tutti pecchiamo in pensieri, parole, opere e omissioni, troppe volte i pensieri e le parole di raffinato commento suscitati dalle opere (d’arte) si sono tradotti in altrettante omissioni della gravità del soggetto e forse – peggio ancora – pensieri “impuri” hanno sfiorato le vittime femminili protagoniste di tante opere d’arte, godendo di un salvacondotto estetico. Così, per passare dall’omissione di polpa (ferita) all’ammissione di colpa, ferita questa necessaria al nostro narcisismo di fruitori esperti ma distratti per troppa cultura; per smascherare insomma, in tempo di mascherate, l’ambiguità di molti capolavori, ecco una serata in cui le immagini proiettate (spesso assai note) potrebbero acquistare una luce diversa, snodandosi lungo un singolare percorso dell’arte della negazione, che dal mito greco ci porta ad un mito della performance dei nostri giorni, Marina Abramovic, lasciando alle donne l’ultima parola – ben diversa da quella degli uomini com’è ovvio che sia e affidando il compito di dialogare con le immagini alla sensibilità di due donne in carne ed ossa, una danzatrice-performer e una fisarmonicista. Non sembri stravagante questa intromissione seria – benché trattata con leggerezza di tocco – nel corpo della festa: essa si ispira a un’illustre tradizione oggi abbandonata, quella delle Quarantore, quando in età barocca si sospendevano i divertimenti profani del carnevale per esporre per quasi due giorni il Santissimo Sacramento alla devozione popolare in modo altrettanto fastoso e scenografico. E non sembri irrispettoso l’aver sostituito laicamente alla vittima sacrificale per antonomasia – l’agnello cristiano – il corpo altrettanto innocente di tante donne che oggi incarnano il capro espiatorio di una comunità sociale sempre più malata. A questo mondo non c’è più religione, ma le ragioni delle vittime hanno il diritto sacrosanto di farsi sentire.

Paolo Pistellato