“Teoria” della classe disagiata

Naturalmente la chiamo “teoria” in maniera ironica, perché non ha assolutamente la solidità di un modello scientifico: è una specie di saggio di sociologia immersiva, sono io con una videocamera GoPro che mi avventuro nell’inconscio della piccola-media borghesia occidentale. Il punto di partenza consiste nell’accettare di riconoscerci come “classe agiata”, nel senso che dava Thorstein Veblen a quest’espressione: ovvero una classe che consuma una quantità enorme di risorse in quella che noi oggi chiameremo “cultura”. Il problema è che noi tendiamo a occultare questa dimensione economica, la dimensione dei “rapporti di produzione” da cui dipendiamo, come direbbe Marx. La classe agiata non accetta di riconoscersi come tale, anzi insiste per considerare come “diritti” universali quelli che sono semplicemente dei prodotti del lavoro (altrui). Oggi questa classe agiata è in crisi perché non sa più dove andare a recuperare queste risorse, questo lavoro altrui, questo plusvalore insomma… e per questo la chiamo “dis-agiata”. La mia “teoria” consiste in una critica di questa ideologia.

Trattto dall’intervista a Raffaele Alberto Ventura di DudeMag

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